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Foto©Giovanni
Giunta
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MISSIONI
ITALIANE ALL'ESTERO DURANTE
LA GRANDE GUERRA
PER "PESARE" DI PIÙ SU SCENARI MUTEVOLI
E IMPREVEDIBILI
In un serata di grande successo di pubblico, illuminata dalle analisi
del Professor Cerino Badone e dalle sottolineature del Generale di Corpo
d'Armata degli Alpini Giorgio Battisti, le penne nere del Comitato per
il Centenario hanno varcato i "confini del solo conflitto carsico".
Oltre Villa Giusti e oltre i confini nazionali. Al di là del tempo
canonico e dello spazio appreso sui libri di scuola. La Grande Guerra
svincolata dai consueti limiti geo-temporali. Dobbiamo ammettere che gli
alpini milanesi del Comitato per il Centenario del gruppo "Giulio
Bedeschi" ci hanno abituati a punte di accuratezza rievocativa e
a capacità di investigazione storica fuori dal comune tanto da
non sorprenderci più. E così è stato pure nella serata
culturale dello scorso 25 maggio, incontro avvenuto nella sala "Dante
Belotti", occasione per ascoltare due relatori d'eccezione sul tema
de "La trincea lontana".
Le penne nere di via Rovani, quelle raggruppate nel Comitato per il Centenario
guidato dal Presidente Alessandro Vincenti (coadiuvato dal Comitato Scientifico:
Renzo Giusto, Gianluca Marchesi, Luca Geronutti, Paul Wilke e Silvio Anselmi,),
hanno voluto accendere un cono di luce là dove il Primo Conflitto
mondiale non fu statico e solo legato al "teatro carsico", ma
si dispiegò, per molti militari italiani, in terre lontane, quando
non lontanissime: dalla Macedonia all'Egitto, dal Dodecaneso alla Francia,
dal Sinai alla Russia, fino alla Siberia e oltre, fino a Murmansk.
Il bollettino della Vittoria risale al 4 novembre del 1918. Gli alpini
milanesi hanno voluto ricordarci che nel 1923 si combatteva ancora, per
esempio in Albania e in Libia.
È stato il Professore Giovanni Cerino Badone, docente nella scuola
di Applicazione dell'Esercito, ad illustrare a una platea numerosa di
appassionati le ragioni di quelle "missioni all'estero" di un
secolo fa. «Era il 1914 e l'Italia voleva contare sullo scacchiere
internazionale» ha rievocato lo studioso. «Solo esprimendosi
con autorevolezza al di fuori dei propri confini poteva guadagnarsi rispetto
e considerazione. Così l'Italia cominciò con lo sbarco in
Libia e una serie di foto scattate nel porto di Tripoli per propagandare
la propria capacità nel far sbarcare in terre lontane le proprie
forze armate. Dopo la Libia toccò al Dodecaneso e, esperienza dopo
esperienza, il nostro Paese divenne "maestro" nelle operazioni
anfibie, abilità che gli venne riconosciuta a livello internazionale.
Il mondo accettò che l'Italia, nonostante le deficienze economiche,
fosse una grande potenza».
La suggestiva relazione del Professor Cerino Badone è stata introdotta
dalle salaci sottolineature del Generale di Corpo d'Armata degli Alpini
Giorgio Battisti, il cui stato di servizio ne ha sottolineato esperienze
e competenze non comuni: già Comandante della Brigata Alpina Taurinense
e poi Comandante di Corpo d’Armata intervento Rapido NATO di Solbiate
Olona, già Comandante delle Strutture Militari e Comandante Generale
Formazione e Dottrina Esercito.
Dopo aver lodato la preparazione storico-militare del Professore, il Generale
Battisti ha ammonito come non esistano scorciatoie per apprendere l'arte
militare: bisogna "abbeverarsi" a memorie ed esperienze dei
condottieri del passato. E ha concluso la sua garbata e ironica introduzione
con una sorta di catalogazione degli ufficiali, distinguibili in pigri,
volonterosi, intelligenti e stupidi. «I volonterosi stupidi sono
i più pericolosi» ha chiosato, inducendo la platea a una
sonora risata collettiva.
Il Professore Cerino Badone ha seguito le motivazioni geopolitiche che
spinsero una parte dei vertici militari italiani a "sperimentare
il nuovo" rispetto alla tradizionale difesa statica del territorio.
«Ci sono tre modi per contare in geopolitica» ha elencato
il docente. «O sei realmente una vera potenza, o puoi essere utile
a una o più potenze, o puoi danneggiare potenze rilevanti».
Quel che è seguito è stata un'avvincente narrazione in cui
i presenti hanno potuto immaginare e visualizzare i movimenti delle nostre
truppe in scenari lontani: 120 mila uomini a Valona, in Albania; 50 mila
fra Salonicco e Macedonia; altrettanti in Egitto; altri ancora verso i
Dardanelli e molti altri in Francia, tra le foreste di Bligny, per aiutare
gli alleati francesi.
Mentre per il Generale Cadorna il fronte italiano restava la priorità
delle priorità, altrove si affermava la capacità degli italiani
di realizzare impianti stradali in zone dove strade non erano mai esistite.
La nostra presenza ottenne di salvare quel che restava dell'esercito serbo
e di bloccare la flotta austriaca che non riuscì più a raggiungere
il Mediterraneo.
Era il 1917, l'anno delle Grandi offensive, e 300 bersaglieri e 100 carabinieri
vennero inviati a Gaza per la conquista di Gerusalemme.
Millequattrocento nostri militari raggiunsero Minsk, il Slesia nostre
forze rimasero come "cuscinetto" di interposizione e 40 mila
italiani restarono a presidiare e a combattere in Libia. Nessuno tenne
una contabilità precisa dei morti, che furono tanti e per lo più
dimenticati. Un grande, immenso sacrificio di vite umane del quale si
chiede ancora oggi, con sommesso pudore, il tornaconto. «Quello
che ottenemmo allora ai tavoli della pace» ha concluso Cerino Badone
«in seguito non lo abbiamo mai più avuto».
Tanti gli applausi a fine serata. Notati nelle prime file ospiti illustri:
Col Mauro Arnò Comandante Centro Documentale Esercito Milano; Col.
Broussard; Notaio Giuseppe Parazzini, past President ANA; Prof. Saccoman,
Università Bicocca (prossimo relatore del 15 giugno); Prof.ssa
Coratelli della Scuola Militare Teuliè; Avv. Cesare Lavizzari,
Consigliere Nazionale ANA; Luigi Boffi Presidente Sezione Milano ANA.
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